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Valido il fermo amministrativo emesso dal concessionario prima del 2005

8 Lug 2012 | ARCHIVIO STORICO

Cassazione10089-2012

Con la pronuncia n. 10089 del 19/6/2012 la Corte di Cassazione ha affermato la validità del fermo amministrativo emesso dal concessionario della riscossione prima dell’entrata in vigore del d.l. n. 203/2005. Sul punto i giudici di Piazza Cavour evidenziano in primo luogo che l’art. 3 comma 41 del d.l. n. 203/2005 manifesta senza possibilità di dubbio la volontà del legislatore di imprimere funzione interpretativa (e quindi efficacia retroattiva) alla disposizione contenuta nell’art. 86 del DPR 602/73. Pertanto la ratio legis va palesemente individuata nell’intenzione del legislatore di rendere possibile il fermo amministrativo di cui al D.P.R. n. 602 del 1972, art. 86, (nel testo introdotto dall’art. 16 del d.lgs. n. 46/1999 e successivamente modificato dal d.lgs. n. 193/2001) anche prima dell’emanazione del decreto previsto dal comma 4 di detto articolo. La Cassazione affronta la questione se possa attribuirsi efficacia retroattiva ad una norma (non penale) che il legislatore ha qualificato come interpretativa, pur quando essa abbia, come nella specie, una portata sostanzialmente innovativa dell’ordinamento. Ebbene, in base all’insegnamento delle Sezioni Unite (cfr. 9941/2009), benché il carattere effettivamente interpretativo di una disposizione di legge che, autoqualificandosi come norma di interpretazione autentica, imponga di attribuire un determinato  significato a precedenti disposizioni introdotte da fonti di pari grado, fornisca spesso materia di dubbi, non può dubitarsi invece che il ricorso ad una norma interpretativa esprima la volontà del legislatore di far regolare da essa fattispecie formatesi precedentemente alla sua entrata in vigore. In altri termini, qualificando una disposizione di legge come norma di interpretazione autentica il legislatore intende chiaramente attribuirle effetti retroattivi, poichè per imporre solo per il futuro una determinata disciplina il ricorso a tale qualificazione sarebbe evidentemente superfluo (v. art. 11 Preleggi). Quindi, negare effetti retroattivi ad una norma di legge che intende stabilire come debba interpretarsi una legge precedente, significa violare il precetto che impone all’interprete di attribuire senso a tutti gli enunciati del discorso legislativo, senza relegarne alcuno nella zona della irrilevanza giuridica. Il discorso deve allora spostarsi, come più volte osservato nella giurisprudenza costituzionale (v. fra le molte, C. Cost. 234/2007) sui limiti che il legislatore incontra nel dettare, eventualmente tramite norme di interpretazione autentica, disposizioni ad effetto retroattivo. Come più volte sottolineato dal giudice delle leggi, il principio di irretroattività della legge – pur riconosciuto come principio generale dall’art. 11 comma 1 delle disposizioni preliminari del codice civile – non ha ottenuto in sede costituzionale (salvo quanto espresso nell’art. 25 Cost. con riferimento alla materia penale) una garanzia specifica: di talchè la possibilità di adottare norme dotate di efficacia retroattiva (anche indipendentemente dal loro eventuale carattere interpretativo) non può essere esclusa, ove le norme stesse vengano a trovare un’adeguata giustificazione su piano della ragionevolezza e non si pongano in contrasto con altri principi o valori costituzionali specificamente proietti (C. Cost. 6/1994) sì da incidere arbitrariamente sulle situazioni sostanziali poste in essere da leggi precedenti (C. Cost., 419/2000). In particolare, poi, dalla disciplina costituzionale in vigore non è dato desumere, per i diritti di natura economica, una particolare protezione contro l’eventualità di norme retroattive, salvo soltanto il limite, già richiamato, del principio di ragionevolezza (C. Cost. 421/1995) onde, nel rispetto di tale limiti, legittimamente può esser data aduna norma efficacia retroattiva, qualificandola, appropriatamente a no, “interpretativa” (C. Cost. 153/1994). Deve quindi concludersi che la disposizione dell’art. 3 comma 41 del d.l. n. 203/2005 ha portata retroattiva, perchè così ha voluto il legislatore, senza che tale scelta possa giudicarsi in contrasto con i canoni di ragionevolezza o con altri principi o valori costituzionali specificamente protetti. D’altronde, già con l’ordinanza n. 6064/09 le Sezioni Unite hanno affermato, con riferimento ad un fermo del luglio 2004 che non è eludibile la precisazione contenuta nell’art. 3 comma 41 del d.l. n. 203/2005 (conv. L. 248/2005) che “Le disposizioni dell’art. 86 del D.P.R. n. 602/73 si interpretano nel senso che, fino all’emanazione dei decreto previsto dal comma 4 dello stesso articolo, il fermo può essere eseguito dal concessionario sui veicoli a motore pur nel rispetto delle disposizioni relative alle modalità di iscrizione e di cancellazione ed agli effetti dello stesso, contenute nel D.M. Finanze 7 settembre 1998, n. 503.”