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IMU: INAMMISSIBILE IL RICORSO DEL CODACONS

27 Apr 2013 | ARCHIVIO STORICO

TAR Lazio-Roma sentenza n. 2843 del 20.3.2013

Con la sentenza n. 2843 del 20/3/2013 il TAR Lazio ha dichiarato inammissibile il ricorso del Codacons e di alcuni cittadini contro l’IMU, non entrando così nel merito della legittimità o meno della nuova imposta introdotta dal Governo Monti. Alla base della sentenza del TAR, l’assunto che i contribuenti non siano consumatori e, quindi, non possano essere rappresentati dal Codacons, e che i singoli cittadini ricorrenti non abbiano spiegato bene come e perché siano stati lesi dall’IMU. Nella sentenza si legge infatti “difetta in capo alla ricorrente associazione la legittimazione ad agire, giacché la materia dell’istituzione, regolamentazione e disciplina dei tributi è afferente a un interesse non dei consumatori o degli utenti di un pubblico servizio, quanto dei contribuenti in generale”. Il TAR ritiene che l’iscrizione del CODACONS sia nei registri di cui alla legge 7 dicembre 2000 n. 383, che nel registro riguardante le associazioni di difesa dei consumatori, attenga esclusivamente alla tutela dei consumatori e degli utenti in ordine ai fondamentali diritti previsti dal testo normativo in questione; ma non attribuisca, altresì, alle associazioni ivi contemplate una legittimazione ad agire in giudizio così vasta da ricomprendervi qualsiasi attività di tipo pubblicistico che si riverberi economicamente in modo diretto o indiretto sui cittadini non in quanto consumatori e/o utenti, ma in quanto – come nella specie – contribuenti. I giudici amministrativi ribadiscono il principio giurisprudenziale in base al quale l’iscrizione nei registri di cui alla legge 7 dicembre 2000, n. 383, come pure nel registro di cui al D.Lgs. 206/2005, se attiene esclusivamente alla tutela dei consumatori e degli utenti in ordine ai fondamentali diritti ad essi attribuiti dalla normativa di settore, non attribuisce tuttavia alle associazioni ivi contemplate una legittimazione ad agire in giudizio così vasta da ricomprendervi qualsiasi attività di tipo pubblicistico che si riverberi economicamente in modo diretto o indiretto sui cittadini. Altrimenti opinandosi, verrebbe ad ammettersi che la legittimazione alla sollecitazione del sindacato giurisdizionale possa risolversi nella consentita sottoponibilità a verifica di qualunque atto della Pubblica Amministrazione che possa determinare un pregiudizio per i contribuenti. Del resto, lo stesso TAR Lazio ha avuto modo di osservare, in linea generale, il tema della legittimazione delle associazioni di consumo ha costantemente risentito del conflitto fra l’esigenza di ampliare il sindacato sulle scelte amministrative suscettibili di incidere su interessi collettivi e la necessità di ancorare il presupposto processuale della legitimatio ad causam a criteri seri ed oggettivi. Inoltre, pur volendosi dare ai principi e alle norme introdotte nel corso degli anni a tutela degli utenti e dei consumatori un’interpretazione estensiva, specie per quanto concerne la legittimazione ad agire in giudizio, non si può prescindere dall’accertamento di una lesione, reale o potenziale, degli interessi di cui sono titolari le predette categorie in quanto tali, e per la cui tutela possono quindi agire in giudizio le associazioni che raggruppano utenti e consumatori. La legittimazione sussiste, dunque, ove i provvedimenti che si impugnano abbiano effettivamente pregiudicato un “interesse collettivo dei consumatori e degli utenti”, la cui tutela viene assunta dalla relativa associazione. Ed uno degli indici (da verificare caso per caso) che denunciano la presenza di un “interesse collettivo” è sicuramente dato dal fatto che un tale interesse deve essere in grado di soddisfare, una volta realizzato, l’intera categoria a motivo della sua omogeneità ed indivisibilità. Ma non solo, “tutti i ricorrenti” – ha aggiunto il tribunale “non allegano elementi sufficienti a comprovare di essere legittimati a ricorrere”. E ancora, “già la sola circostanza per cui le delibere comunali avversate recano ovvero possono recare determinazioni differenziate sulle aliquote applicate nei diversi comuni, rende non ammissibile il ricorso”. Per il Codacons si tratta di una decisione abnorme, contro la quale verrà proposto appello al Consiglio di Stato, considerato che il motivo principale di ricorso consisteva nella mancanza di equità dell’ imposta, la quale grava soprattutto sulle categorie più deboli, in violazione del principio di progressività. “E cosa dovevano dimostrare i cittadini ricorrenti dal reddito bassissimo, se non di aver pagato l’IMU che ha gravato sulle loro tasche in maniera maggiore rispetto ai ceti più abbienti? – si domanda il Presidente Carlo Rienzi – Come spesso accade in casi del genere, i giudici non hanno avuto il coraggio di investire della questione la Corte Costituzionale, ma hanno preferito lavarsene le mani come fece Ponzio Pilato, sacrificando Gesù (i cittadini) e salvando il ladrone Barabba (lo Stato)”.