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ICI/IMU: IL REQUISITO DELLA “DISTINTA” CONTABILIZZAZIONE PER I FABBRICATI DI CATEGORIA “D”

12 Giu 2013 | ARCHIVIO STORICO

Cassazione Sez. Trib. sentenza n. 6608 del 15.3.2013

Con la sentenza n. 6608 del 15/3/2013 la Sezione Tributaria della Cassazione ha chiarito che la mancanza di “distinta” contabilizzazione degli immobili non permette il calcolo dell’imposta (ICI/IMU) con il criterio del valore contabile. La pronuncia riguarda i fabbricati di categoria D, non iscritti in catasto e sprovvisti di rendita, posseduti da imprese e distintamente contabilizzati, per i quali la base imponibile si determina all’inizio di ciascun anno in base al valore contabile al lordo degli ammortamenti e rivalutato con un coefficiente stabilito
annualmente con decreto ministeriale (nel 2012 è stato adottato il 5 aprile e pubblicato in G.U. n. 85 dell’11/4/2012). L’applicazione del c.d. valore contabile è possibile a condizione che i fabbricati (appartenenti al gruppo D e non iscritti in catasto) siano “interamente” posseduti da imprese e “distintamente contabilizzati” (condizione non adempiuta nel caso in cui un corpo di fabbrica risulti contabilizzato con un’unica voce ma le varie unità immobiliari abbiano “destinazioni diverse”). Sul punto è stato evidenziato che il criterio del valore contabile risulta un meccanismo: a) adottato per far fronte al grave ritardo dell’applicazione della procedura di attribuzione delle rendite catastali: b) istituito dal legislatore delegato, mentre la legge delega prevedeva la sola “determinazione del valore dei fabbricati sulla base degli estimi del catasto edilizio o valore comparativo in caso di non avvenuta iscrizione al catasto” (art. 4, comma 1, lett. a, n. 3 legge n. 421/92). In tal senso si è espressa la Corte Costituzionale con la sentenza 24/2/2006 n. 67, che ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale relativa alla presunta disparità di trattamento tra i fabbricati D delle imprese, non censiti, per quali opera il criterio del valore contabile, e i fabbricati censiti, per i quali opera invece il criterio del valore catastale. In ordine all’efficacia temporale del criterio contabile, la disposizione del d.lgs. n. 504/92 stabilisce l’applicabilità di tale criterio “fino all’anno nel quale i medesimi sono iscritti in catasto con attribuzione di rendita”. Tuttavia la giurisprudenza si è mostrata oscillante nell’individuare l’esatta portata della norma pervenendo a diverse conclusioni: 1) il valore catastale attribuito non ha efficacia retroattiva (Cass. 5933 dell’11/3/2010, n. 16701/2007, n. 5109/2005, n. 11162/2005, n. 24235/2004, CTR Toscana n. 4/2006, CTR Lombardia-Brescia n. 275/2006); 2) la rendita catastale attribuita ha efficacia retroattiva e quindi spetta il rimborso della maggiore somma versata (Cass. n. 10969/09, n. 15764/08, n. 11391/07, n. 13077/2005); 3) i metodi contabili e catastali sono autonomi, tuttavia dal momento in cui il possessore presenta domanda di accatastamento, i versamenti ICI effettuati in attesa della rendita definitiva diventano conguagliabili sia in favore del comune che del possessore dell’immobile (Cass. 16/3/2007 n. 6255 – Cass. 31/3/2008 n. 8324). La questione è stata rimessa nel 2010 alle Sezioni Unite (in TN 8/2010), che con la sentenza n. 3160 del 9/2/2011 (in TN n. 3/2011 con commento di EUGENIO PISCINO) ha affermato che i dati contabili hanno la funzione di valore di riferimento per la determinazione dell’imposta, almeno fino al momento in cui non è effettuata la richiesta all’Agenzia del Territorio, riconoscendo all’attribuzione della rendita catastale un valore dichiarativo e non costitutivo: in sostanza il contribuente che ha versato l’ICI/IMU sulla base del valore contabile ha diritto al rimborso così come, nel caso opposto, il comune avrà diritto a pretendere la maggiore imposta. Tornando al merito della pronuncia in commento, la Cassazione evidenzia che la parte di immobile in questione non era stata affatto “distintamente” contabilizzata in bilancio (cosiddetto valore contabile o di bilancio), quindi non era possibile determinare il valore del terreno secondo le regole di cui al D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5, comma 3. Disposizione quest’ultima che appunto presuppone che vi sia una “distinta” contabilizzazione cui applicare i coefficienti indicati. Peraltro sono da considerarsi ininfluenti le “materiali” difficoltà esposte dal contribuente di addivenire ad una distinta contabilizzazione del terreno, dovute alla circostanza che il campo da golf era esteso su più Comuni. E questo perchè la mancanza della ridetta “distinta” contabilizzazione comunque non permetteva il calcolo del valore secondo la previsione di cui al D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 5. Esattamente, quindi, la CTR ha ritenuto che non era possibile prendere in considerazione il prospetto informale che tentava una ricostruzione extracontabile del costo storico della porzione di terreno e dell’incremento del suo valore attraverso fatture ed altra documentazione. Pertanto, in mancanza di una “distinta” contabilizzazione, deve necessariamente trovare applicazione la residuale regola contenuta nell’art. 5 comma 4 del d.lgs. n. 504/92, secondo la quale il valore ai fini ICI deve essere stabilito con riferimento a fabbricati “similari” già iscritti in catasto. Ed invero – quando trattasi di immobili classificati in cat. D non iscritti e privi di rendita – deve essere riaffermato il principio per cui deve ritenersi che il legislatore abbia inteso prevedere due criteri tra di loro subordinati. E cioè dapprima viene il cosiddetto criterio contabile D.Lgs. n. 504 del 1992, ex art. 5, comma 3, e secondariamente il più generale criterio di cui all’art. 5, comma 4, stesso D.Lgs. del calcolo della rendita a mezzo del confronto con immobili “similari” già censiti.