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ICI – natura interpretativa norma sulle aree edificabili – valore dello statuto del contribuente – efficacia delle dichiarazioni sostitutive

27 Gen 2012 | ARCHIVIO STORICO

Cassazione 27173 del 16.12.2011

Con la sentenza n. 27173 del 16/12/2011 la Sezione Tributaria della Cassazione affronta in particolare tre questioni: 1) la natura interpretativa della norma sulle aree edificabili (art. 36/2° legge 248/20 06); 2) il valore dello statuto del contribuente (legge n. 212/2000); 3) l’efficacia delle dichiarazioni sostitutive. Sul primo punto i Giudici di Piazza Cavour richiamato la decisione n. 25506/06 delle Sezioni Unite, le quali hanno ritenuto che, a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 36, comma 2, del d.l. n. 223/2006, convertito con modificazioni dalla legge n. 248/2006, che ha fornito l’interpretazione autentica del DPR n. 131/1986, l’edificabilità di un’area deve essere desunta dalla qualificazione ad essa attribuita nel piano regolatore generale adottato dal Comune, indipendentemente dall’approvazione dello stesso da parte della Regione e dall’adozione di strumenti urbanistici attuativi. L’inizio del procedimento di trasformazione urbanistica è infatti sufficiente a far lievitare il valore venale dell’immobile, senza che assumano alcun rilievo eventuali vicende successive incidenti sulla sua edificabilità, quali la mancata approvazione o la modificazione dello strumento urbanistico, in quanto la valutazione del bene deve essere compiuta in riferimento al momento del suo trasferimento, che costituisce il fatto imponibile, avente carattere istantaneo. Nè sussiste la lamentata retroattività della norma di interpretazione autentica di cui al d.l. n. 203/2005 come convertito dalla legge n. 248/2005, e pertanto il dedotto contrasto con lo Statuto del contribuente, in quanto a parte il rilievo che lo Statuto non vieta le norme interpretative ma da un monito al legislatore di farne uso limitato ai casi eccezionali, deve comunque osservarsi che con la legge retroattiva si estende al passato una norma prima non esistente mentre con la legge interpretativa si rende certa una interpretazione già esistente ma controversa, e ciò sin dall’entrata in vigore della norma interpretata. In ordine all’eventuale contrasto con la legge n. 212/2000 la Cassazione si è già pronunciata in precedenza affermando che la norma di legge ordinaria che, in deroga all’art. 3 comma 2 della legge n. 212/2000, e successivamente alla legge n. 212 stessa, prescriva adempimenti anteriori a 60 giorni l’entrata in vigore della stessa legge, è pienamente efficace, nonostante il divieto di deroga implicita alle norme della legge n. 212, previsto dall’art. 1 della stessa legge, per la medesima forza delle due norme nel sistema delle fonti, e in nessun caso può essere disapplicata. Inoltre, le norme della legge n. 212/2000 (c.d. Statuto del contribuente), che sono state emanate “in attuazione degli artt. 3, 23, 53 e 97 Cost.” e “costituiscono principi generali dell’ordinamento tributario” (art. 1), oltre ad essere in alcuni casi idonee a prescrivere specifici obblighi a carico dell’amministrazione finanziaria (v., ad es., l’art. 7, in tema di motivazione degli atti impositivi), costituiscono altresì, in quanto espressione di principi già immanenti nell’ordinamento, criteri guida per il giudice, in sede di applicazione ed interpretazione delle norme tributarie (anche anteriormente vigenti), per risolvere eventuali dubbi ermeneutici. Tuttavia, le norme stesse non hanno, nella gerarchia delle fonti, rango superiore alla legge ordinaria (tant’è che ne è ammessa la modifica o la deroga, purchè espressa e non ad opera di leggi speciali: art. 1), con la conseguenza che una norma legislativa che si ponga in contrasto con esse, senza che ricorrano le dette condizioni, come non può, per ciò solo, essere oggetto di questione di legittimità costituzionale (non potendo le disposizioni dello Statuto fungere direttamente da norme parametro di costituzionalità), così non può, ovviamente, essere suscettibile di disapplicazione. In ordine al terzo punto, la Corte respinge l’eccezione del ricorrente (circa l’omessa considerazione della dichiarazione sostitutiva sull’uso agricolo del fondo) in quanto alla dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà non può attribuirsi l’invocata efficacia di prova della verità del contenuto della dichiarazione. Se trattasi di una dichiarazione di parte, nel nostro ordinamento giuridico, essa ha valore di prova solo ove contenga affermazioni contrarie alla parte (confessione) non essendo invece ammesse altre forme (quali dichiarazioni giurate) con le quali la parte intendesse ottenere esiti probatori favorevoli. La normativa amministrativa in tema di dichiarazioni sostitutive ha la funzione di velocizzare l’attività amministrativa, esimendo la parte dal produrre un originale documento o una certificazione pubblica, ma sempre con riserva di produzione all’esito del procedimento o di accertamento d’ufficio, senza con ciò influire sull’efficacia probatoria della dichiarazione di parte. La Cassazione, in caso analogo, ha osservato che pur dovendosi infatti riconoscere che l’atto notorio prodotto dalla contribuente a riprova della propria asserita attività “artigianale” – formato, tra l’altro, dopo l’instaurazione della causa – non poteva assumere dignità di prova – a fronte di una differente certificazione amministrativa (in quanto la parte non può derivare elementi di prova a proprio favore, ai fini dell’osservanza dell’onere di cui all’art. 2697 c.c. da proprie dichiarazioni non asseverate da terzi). La Corte afferma inoltre che la dichiarazione di notorietà prodotta dal contribuente può costituire indizio valutabile in relazione agli altri elementi acquisiti soprattutto in caso di non contestazione da parte dell’Ufficio. Nel caso in esame in cui si tratta di dichiarazione di un terzo (titolare dell’azienda agricola, di cui la ricorrente dichiara di essere collaboratrice familiare) la contribuente non può invocare una sovra ordinazione probatoria di tale dichiarazione alla certificazione Inps del 24/01/2005, soggette entrambe alla valutazione del giudice con giudizio di fatto insindacabile in cassazione se non per vizio motivazionale, censura in questa sede non proposta.