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Cassazione 15605 del 20/6/2013: costi sostenuti da Poste Italiane per la riscossione dell’ICI – questione rimessa alle Sezioni Unite

28 Set 2013 | ARCHIVIO STORICO

Cassazione 15605 del 20.6.2013

La Terza Sezione della Corte di cassazione – con l’ordinanza interlocutoria n. 15605 del 20/6/2013 – ha rimesso alle Sezioni Unite il problema concernente la possibilità, per Poste Italiane s.p.a., di esigere dal concessionario del servizio di riscossione dell’ICI una commissione per ogni versamento effettuato dai singoli contribuenti sul conto corrente che il concessionario stesso ha l’obbligo di accendere presso Poste Italiane, alla luce degli artt. 2, commi 18 e 19, e 10, della l. 662 del 1996, la quale – privatizzando l’ex Ente Poste – avrebbe per ciò solo abolito qualsiasi ipotesi di prezzi amministrati per i servizi non resi in regime di monopolio. La questione riguarda il diritto – per Poste Italiane – di applicare per ciascun bollettino di conto corrente ICI la commissione di L. 100 sino al 31 maggio 2006 e di L. 450 per il periodo successivo. In precedenti giudizio la stessa sezione della Cassazione (sentenze n. 2956 e 2957 del 7/2/2013) aveva ritenuto insussistente tale diritto per la decisiva considerazione che, nell’ambito della riscossione dell’ICI, Poste Italiane non agisce in regime di monopolio, in quanto il versamento sul conto corrente che il legislatore impone al concessionario di aprire presso Poste Italiane è solo una delle modalità a disposizione del contribuente per versare l’imposta (basti pensare alla possibilità di effettuare il versamento tramite il sistema bancario). Invero l’art. 10 del d.lgs. n. 504/92 prescrive che “…2. …Il versamento dell’imposta può essere effettuato anche tramite versamenti su conto corrente postale con bollettini conformi al modello indicato con circolare del Ministero delle finanze… 3. L’imposta dovuta ai sensi del comma 2 deve essere corrisposta mediante versamento diretto al concessionario della riscossione nella cui circoscrizione è compreso il comune di cui all’art. 4 ovvero su apposito conto corrente postale intestato al predetto concessionario, con arrotondamento a L. mille per difetto se la frazione non è superiore a L. 500 o per eccesso se è superiore; al fine di agevolare il pagamento, il concessionario invia, per gli anni successivi al 1993, ai contribuenti moduli prestampati per il versamento. La commissione spettante al concessionario è a carico del comune impositore ed è stabilita nella misura dell’uno per cento delle somme riscosse, con un minimo di L. 3.500 ed un massimo di L. 100.000 per ogni versamento effettuato dal contribuente…”. La Cassazione evidenzia che l’esame delle norme sopra riferite impone due considerazioni: a) resta confermato che il versamento su conto corrente postale è solo una delle modalità di pagamento che il contribuente può (non “deve”) utilizzare; b) viene regolamentata la commissione spettante al concessionario, ma nulla si prevede in ordine alle spese che questi dovrà sostenete che, pertanto, rimangono disciplinate dalle norme che regolano le modalità di pagamento scelte dal contribuente. Conclusivamente – afferma la Cassazione con le pronunce 2956-2957/2013 – manca una disciplina normativa che esoneri il concessionario dal pagamento di un corrispettivo per la gestione del conto corrente pur obbligatoriamente aperto presso Poste Italiane. La questione viene tuttavia rimessa in discussione dalla stessa terza Sezione della Cassazione, ritenendo che gli argomenti addotti dalle citate sentenze 2956-2957/2013 non siano convincenti. Inoltre, tenuto conto che esse sono recentissime e che la questione ha avuto un notevolissimo contenzioso in sede di merito – il che fa presagire che la Corte si troverà ad essere nuovamente investita in futuro ed a breve di ricorsi simili – si ravvia che la relativa questione rivesta carattere di particolare importanza. Da qui la ragione di una rimessione del ricorso alle Sezioni Unite, affinché si pronuncino per evitare un eventuale contrasto con le richiamate decisioni, evitando così di determinare un disorientamento nella giurisprudenza di merito. Gli argomenti che inducono a dissentire dalle citate decisioni sono i seguenti. In primo luogo, l’art. 10 del d.lgs. n. 504/92, regolando una particolare forma di imposta a beneficio delle autonomie locali espresse nei Comuni, si configuri e debba essere intesa, in rapporto alla disciplina della privatizzazione di Poste Italiane, come un microsistema che, essendo finalizzato al funzionamento del regime impositivo previsto, non può risentire della vicenda della c.d. “privatizzazione”, nel senso che, se il sistema di funzionamento dell’imposta vigente prima di essa escludeva, com’è pacifico, che il concessionario dovesse corrispondere alcunchè al vecchio Ente Poste, risulta, in mancanza di indici normativi sicuri, criterio esegetico scorretto quello per cui il fenomeno della privatizzazione verrebbe ad incidere su uno degli aspetti della disciplina impositiva di cui trattasi. Se si reputasse diversamente, si avrebbe, senza un preciso riscontro nella volontà del legislatore, che una nuova legge disciplinatrice di un fenomeno di privatizzazione, di un settore già avente regime di amministrazione statale, avrebbe determinato effetti sul microsistema della disciplina di una imposta. Il che è contrario al principio per cui lex posterior generalis non derogat legi priori speciali. Al di là della scorrettezza di un contrario criterio interpretativo, si osserva inoltre che la non condivisibilità del diverso orientamento si configura sotto il profilo teleologico, atteso che di per sè l’essere diventato l’Ente Poste soggetto privato e operante in regime di libera concorrenza non si comprende come potrebbe rifluire sul modo di funzionamento della disciplina legislativa di una imposta sol perchè continui ad esservi coinvolto il soggetto Poste nella nuova dimensione. Ben si comprende, del resto, come la prospettiva di tale rifluire potrebbe determinare evidente alterazione sulla concreta possibilità di funzionamento applicativo del sistema dell’imposta di cui trattasi, atteso che l’onere cui si troverebbe esposto il concessionario – cui il terzo comma assegna un aggio predeterminato e variabile solo in relazione all’ammontare dell’imposta – potrebbe indurlo a recedere dal rapporto di concessione integrando un’evidente alterazione delle condizioni con le quali veniva svolto. Con il rischio conseguente di difficoltà nel funzionamento dell’imposta. Inoltre, l’opportunità di un esame della questione da parte delle Sezioni Unite sembra configurarsi anche considerando la vicenda della privatizzazione in un ambito capace di astrattamente determinare ricadute su una disciplina relativa al funzionamento di un’imposta. E ciò sotto vari profili: a) il primo è che non sembra accettabile, agli effetti della sottrazione della fattispecie dell’accessione e tenuta del conto del concessionario per la riscossione dell’ICI, ad una qualificazione in senso monopolistico, agli effetti dell’art. 2 comma 19 della legge n. 662 del 1996, il dare rilievo non già all’essere l’accensione e la tenuta possibili solo presso le Poste, bensì alla circostanza che il contribuente per pagare può avvalersi di altre forme (pagamento diretto all’esattore, pagamento presso una banca ex art. 59 d.lgs. n. 446/97, pagamento tramite F24 ex art. 37, comma 55, del d.l. n. 223/2007, sempre presso il sistema bancario): è sufficiente osservare che queste possibilità alternative riguardano il rapporto impositivo a carico dell’utente e non determinano che il concessionario, quando accende obbligatoriamente il conto presso le Poste, abbia appunto possibilità diverse, appunto offerte da concorrenti; b) il secondo profilo è che l’esegesi del riferimento all’espressione servizi postali e di pagamento in condizioni monopolistiche, emergente dall’art. 2 comma 19 della legge n. 662/96, non si presta ad essere intesa – sempre che, si ripete, la norma si consideri rilevante ed utile ai fini della questione che si esamina – come relativa al servizio di ricezione del pagamento e non anche al servizio di tenuta del conto su cui il pagamento viene effettato, come sostiene Poste Italiane: l’espressione letterale appare, infatti, di carattere polisenso; c) il terzo profilo – rilevabile d’ufficio, integrando una quaestio iuris – è che, se anche avessero ragione le Poste Italiane s.p.a. ad esigere dopo la privatizzazione e solo dalla richiesta del marzo del 2001, una commissione, sarebbe da vedere se la commissione a carico del correntista esattore possa essere, pur nel legittimo esercizio del potere di regolamentazione del servizio, stabilita per ogni operazione di conto corrente e non per l’accensione del conto e semmai in ragione di durate eventualmente annuali del rapporto. Si deve, poi, aggiungere che l’incidenza della lettura da cui si dissente sul funzionamento dell’imposta non è scongiurata dal rilievo che la sopportazione del costo della commissione rientrerebbe nell’ambito dei costi imprenditoriali relativi allo svolgimento dell’attività dell’esattore e non si verrebbe a sovrapporre alla incidenza della determinazione dell’aggio di cui all’art. 10 comma 3 del d.lgs. n. 504/92 con i rischi cui si è accennato: è sufficiente osservare che l’accensione del conto viene dopo l’instaurazione del rapporto di concessione. Per le complessive ragioni esposte la Terza Sezione rimette il ricorso al Signor Primo Presidente, perchè valuti se assegnarne la trattazione alle Sezioni Unite.