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ASSIMILAZIONE RIFIUTI ANCHE PER QUANTITA’

11 Lug 2012 | ARCHIVIO STORICO

Cassazione Sez. Tributaria sentenza n. 9631 del 13.6.2012

Con la sentenza n. 9631 del 13/6/2012 la Sezione Tributaria della Cassazione ha affermato il principio in virtù del quale la dichiarazione di assimilazione dei rifiuti speciali a quelli urbani presuppone la concreta individuazione delle caratteristiche, non solo qualitative, ma anche quantitative dei rifiuti speciali. Nella fattispecie la CTR riteneva, per un verso, totalmente non tassabile l’area di un supermercato adibita a reparto macelleria, ai sensi dell’art. 62 comma 3 del d.lgs. n. 507/93, per altro verso, regolarmente approvata, e non invalidabile in alcun modo da parte del giudice tributario, la delibera con la quale il Comune aveva provveduto all’assimilazione dei rifiuti speciali non pericolosi a quelli urbani, ai sensi dell’art. 21 comma 2 del d.lgs. n. 22/97. La Cassazione evidenzia in primo luogo che al giudice tributario – non diversamente dal giudice ordinario – sia inibito conoscere degli atti e provvedimenti  amministrativi, e di pervenire ad una decisione di annullamento degli stessi, ostandovi – sul piano generale – il chiaro disposto dell’art. 4 della legge n. 2248 del 1865. E neppure siffatto potere di intervento “pieno” sull’atto amministrativo, presupposto del tributo, è stato in alcun modo concesso al giudice dalla normativa speciale in materia di giurisdizione tributaria. Tuttavia, al medesimo giudice è stato attribuito, da detta normativa, il potere di disapplicare tutti gli atti amministrativi illegittimi costituenti presupposto per l’imposizione, e non soltanto, quindi, quelli a contenuto normativo o generale, di cui è menzione nell’art. 7 comma 5 del d.lgs. n. 546/92. Va osservato, invero, che siffatto potere di disapplicazione costituisce espressione di un principio generale dell’ordinamento, contenuto nell’art. 5 della legge 2248/1865, che deve pertanto, ritenersi concesso al giudice tributario ancor prima dell’espresso riconoscimento operato dall’art. 2 del d.lgs. n. 546/92. Tale principio si traduce – in definitiva – nel conferimento al giudice tributario del potere generale di decidere incidenter tantum – finchè la legittimità dell’atto presupposto non  sia stata affermata dal giudice amministrativo con autorità di giudicato – su questioni attribuite alla competenza della diversa giurisdizione chiamata a decidere in via principale sulla legittimità dell’atto stesso, provvedendo – se del caso – non certo all’annullamento dell’atto medesimo, bensì alla sua disapplicazione nel caso concreto (cfr. Cass. S.U. 6265/06, Cass. 5929/07). Nella circostanza, tale rilevanza degli atti presupposti – costituiti dalla delibera comunale e dal regolamento attuativo con essa approvato – è da ritenersi senza dubbio esistente, avendone la società Supermercato dedotto l’illegittimità per omessa indicazione delle caratteristiche qualitative e quantitative dei rifiuti speciali assimilati, da detta delibera, a quelli urbani, ai fini della tassazione. La CTR non avrebbe dovuto, pertanto, limitarsi a prendere atto della regolare approvazione di detta delibera con il connesso regolamento attuativo, ma sarebbe dovuta scendere nel merito della legittimità di tali atti, e – ove ne avesse riscontrato l’illegittimità – avrebbe dovuto disapplicarli, facendo uso del potere concessole dagli artt. 2 e 7 del d.lgs. n. 546/92. Con il secondo motivo di ricorso, la Supermercato denuncia l’illegittimità della delibera comunale e del regolamento ivi approvato in quanto detta delibera si sarebbe limitata ad elencare una serie di sostanze, nominativamente indicate, che sarebbero assimilabili – per le loro caratteristiche qualitative – ai rifiuti solidi urbani, ai fini della raccolta e dello smaltimento, e, quindi, assoggettate a tassazione al pari di questi ultimi. Senonchè, la disposizione di cui al succitato art. 21 comma 2 del d.lgs. n. 22/97 postulerebbe, ai fini della suindicata assimilazione, l’indicazione anche dei limiti quantitativi – oltre che delle caratteristiche qualitative – dei rifiuti speciali non pericolosi assimilabili a quelli urbani, in guisa da rendere ostensiva alla collettività degli utenti, l’effettiva capacità dell’ente territoriale di curarne, in condizioni di piena sicurezza igienico-ambientale, la raccolta e lo smaltimento. La Cassazione ritiene fondata anche questa censura. I Giudici di Piazza Cavour osservano sul punto che in tema di tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, la dichiarazione di assimilazione dei rifiuti speciali non pericolosi a quelli urbani, prevista dall’art. 21 comma 2 lett. g) del d.lgs. n. 22/97, postula la concreta individuazione delle caratteristiche, non  solo qualitative, ma anche quantitative dei rifiuti speciali soggetti a lavorazione da parte degli enti comunali. E’ del tutto evidente, infatti, che l’impatto igienico ed ambientale di un materiale di scarto, quale è quello che connota le materie costituenti rifiuti speciali non pericolosi, non può essere correttamente valutato – in conformità ai criterì stabiliti con la deliberazione del CIPE del 27.7.84 – se non tenendo conto anche della sua quantità (cfr. Cass. 12752/02, 30719/11). Ebbene, va rilevato che, nel caso concreto, la suddetta delibera comunale, nel disporre l’assimilazione, ai fini suindicati, ai rifiuti urbani dei rifiuti speciali non pericolosi, ha provveduto – nel regolamento attuativo approvato con la medesima delibera – ad una mera elencazione delle sostanze assimilabili ai rifiuti urbani, indicandole nominativamente e senza alcuna specificazione dei relativi limiti quantitativi. Ne discende che – essendo stata la predetta assimilazione operata, in violazione delle disposizioni succitate, tenendo conto solo delle caratteristiche qualitative dei materiali costituenti rifiuti speciali non pericolosi, e senza fare ricorso alcuno a criteri di ordine quantitativo – la suddetta delibera ed il connesso regolamento attuativo sono da ritenersi del tutto illegittimi, ed andavano, di conseguenza, disapplicati dalla CTR, in forza dei menzionati poteri concessi dalla legge al giudice tributario. Passando all’esame del ricorso incidentale proposto dal Comune (il quale deduce che la CTR avrebbe erroneamente ritenuto che il reparto macelleria del supermercato gestito dalla società contribuente dovesse ritenersi totalmente esente dalla tassazione, quanto ai rifiuti speciali ivi prodotti, benchè  il contribuente non avesse fornito la prova dell’esistenza, in concreto, dei presupposti per l’applicabilità dell’esenzione da imposta, prevista dall’art. 62 comma 3 del d.lgs. n. 507/93) la Cassazione lo ritiene fondato. Invero, in materia di TARSU, grava sul contribuente l’onere di provare la sussistenza delle condizioni per beneficiare dell’esenzione prevista dall’art. 62 comma 3 del d.lgs. n. 507/93, per alcune aree detenute ed occupate, aventi specifiche caratteristiche strutturali e di destinazione. Ed infatti, pur operando nell’ordinamento tributario il principio secondo cui è l’amministrazione a dover fornire la prova della fonte

dell’obbligazione tributaria, tale principio non può essere spinto fino al punto di fare carico all’Ufficio di dimostrare la non spettanza, al contribuente, del diritto ad ottenere una riduzione della superficie tassabile. L’esenzione, totale o parziale, costituisce, invero, un’eccezione alla regola generale del pagamento del tributo da parte di tutti coloro che occupano o detengono immobili nelle zone del territorio comunale, ed – in quanto tale – non può, pertanto, che essere dimostrata dal contribuente che intenda avvalersene (Cass. 4766/04, 775/11). Orbene, l’esclusione dalla superficie tassabile di quella destinata a lavorazioni industriali deve, anzitutto, avvenire – come espressamente prevede la succitata norma dell’art. 62, comma 3 – esclusivamente in ragione delle “specifiche caratteristiche strutturali e per destinazione”, ossia tenendo conto soltanto della natura speciale del rifiuto, in quanto prodotto in  un luogo in cui si svolgono determinate lavorazioni industriali (Cass. 17600/09). Ne discende, dunque,  il che il contribuente – ai fini dell’esenzione dall’imposta – deve, in primis, dimostrare che nelle aree adibite a tali produzioni si formino rifiuti speciali. Inoltre, stante il tenore letterale della norma summenzionata, il medesimo deve altresì comprovare che allo smaltimento di tali rifiuti speciali provveda lo stesso produttore, a sue spese. Esclusivamente nel concorso di entrambi gli elementi suindicati – la cui sussistenza in concreto sia stata dimostrata dal contribuente – l’esenzione totale da imposta ai sensi dell’art. 62 comma 3 del d.lgs. n. 507/93, può essere, pertanto, accordata al contribuente medesimo (Cass. 13851/04, S.U. 7581/09). Ne consegue pertanto che ha errato la CTR nell’affermare in maniera del tutto apodittica la totale esenzione, ai sensi della disposizione succitata, dell’intera area adibita a macelleria, ai sensi dell’art. 62 comma 3 del d.lgs. n. 507/93, in difetto di prova,  da parte della società Supermercato, in ordine alla sussistenza, nella specie, dei presupposti per l’applicabilità di detta esenzione. In conclusione la Cassazione enuncia il seguente principio di diritto: “il giudice tributario può disapplica tutti gli atti amministrativi costituenti il presupposto dell’imposizione, anche d’ufficio, purchè detti atti siano rilevanti per la decisione, per essere stati  investiti dai motivi di impugnazione dedotti dal contribuente in relazione all’atto impositivo impugnato; in tema di tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, la dichiarazione di assimilazione dei rifiuti speciali non pericolosi a quelli urbani, prevista dall’art. 21 comma 2 lett. g) del d.lgs. n. 22/97, postula la concreta individuazione delle caratteristiche, non solo qualitative, ma anche quantitative dei rifiuti speciali soggetti a lavorazione da parte degli enti comunali; è onere del contribuente provare, ai fini dell’esclusione dalla superficie tassabile di quella destinata a lavorazioni industriali, ai sensi dell’art. 62 comma 3 del d.lgs. n. 507/93, che nelle aree adibite a  tali produzioni si formino rifiuti speciali, e che allo smaltimento di tali rifiuti provveda lo stesso produttore, a sue spese”.