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Addizionale comunale all'IRPEF. Al comune la scelta fra una o cinque aliquote

26 Feb 2012 | ARCHIVIO STORICO

Con il D.L. n. 201 del 2011 è stato definitivamente messo in chiaro che i comuni, nell’applicare l’addizionale comunale all’IRPEF, possono essenzialmente scegliere fra l’aliquota unica ovvero fra cinque aliquote, da diversificare in corrispondenza dei medesimi scaglioni vigenti per l’IRPEF statale, oltre, ovviamente, alla possibilità di introdurre una soglia di esenzione.
Già con l’art. 1, comma 11, del D.L. n. 138 del 2011, era stata avviata la semplificazione delle regole che disciplinano l’ADDIRPEF, a vantaggio sia di contribuenti e sostituti d’imposta e sia degli stessi enti locali. in pratica, la disposizione in commento riproduce una norma di analogo tenore, vale a dire l’art. 6, comma 4, del D. Lgs. n. 68 del 2011, concernente l’addizionale regionale all’IRPEF, in modo da assicurare l’uniformità delle norme tributarie che riguardano l’IRPEF e le sue addizionali, senza ledere in alcun modo la potestà impositiva degli enti territoriali.
La norma, che già esprimeva chiaramente la volontà del legislatore di uniformare il prelievo comunale, mediante il ricorso ai vigenti scaglioni previsti per l’IRPEF, al criterio di progressività che regola il tributo statale, è stata ulteriormente migliorata con l’emanazione dell’art. 13, comma 16, del D.L. n. 201 del 2011, laddove ribadisce che “i comuni possono stabilire aliquote dell’addizionale comunale all’imposta sul reddito delle persone fisiche utilizzando esclusivamente gli stessi scaglioni di reddito stabiliti, ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, dalla legge statale, nel rispetto del principio di progressività”.
In tal modo, quindi, pur preservando l’autonomia dell’ente locale nell’ambito della strutturazione del prelievo, non lascia alcun margine nel caso in cui si voglia ricorrere al sistema della multi aliquota. In tale ipotesi, infatti, scatta l’utilizzo obbligatorio dei cinque scaglioni di reddito attualmente vigenti per l’IRPEF e, conseguentemente, la diversificazione in relazione a ciascuno scaglione.
La scelta che più di un comune sta compiendo, di accorpare più scaglioni, ovvero, nell’estremo tentativo di aggirare la norma, di associare la medesima aliquota a differenti scaglioni di reddito, appare del tutto al di fuori del dettato normativo, con le ovvie reazioni da parte dei competenti organi del MEF deputati al controllo di legittimità dei regolamenti comunali.
Ma i problemi non finiscono qui, poiché alcuni enti locali, pur impiegando i cinque scaglioni, non applicano ad ogni classe di reddito così individuata un’aliquota diversa, ma utilizzano un diverso sistema, in base ad un meccanismo in cui l’ammontare del reddito complessivo determina l’aliquota che si applica all’intero imponibile.
In tal modo, però, non sarebbe rispettato il principio di progressività, più volte richiamato dall’art. 13 del D.L. n. 201 del 2011.
Un modo per semplificare al massimo il sistema, che i comuni potrebbero perseguire, è senz’altro quello di istituire l’aliquota unica, tutelando le fasce di popolazione con redditi più bassi mediante l’applicazione della soglia di esenzione.